Il 4:3 nel cinema
4 novembre 2026
a cura di Mattia Gaione

Ieri sera hai notato che le immagini erano “più quadrate” rispetto al solito? Non ci hai fatto caso oppure vorresti approfondire, scorri per saperne di più!
Le vele scarlatte è stato girato in 4:3, ma cosa significa?
Nel vero senso della parola il “quattro terzi” indica la proporzione tra la larghezza e l’altezza di un’immagine dove la base è lunga 4 parti e l’altezza è di 3 parti.
Definizione
Il formato di un’immagine o di uno schermo è definito sulla base del rapporto fra la sua altezza e la sua larghezza. Stabilito che l’altezza è pari a 1, la larghezza potrà variare tra 1,33 e 2,35. Nel primo caso avremo un’immagine quasi quadrata, nel secondo, invece, una striscia rettangolare, due volte e mezzo più larga della sua altezza. Il rapporto fra queste due dimensioni definisce il formato dell’inquadratura, quello che è comunemente chiamato aspect-ratio.

Storia
Sin dai primi film dei fratelli Lumière e fino alla prima metà del ‘900, il formato considerato standard (academy ratio) era l’1:1,33.

Viaggio nella Luna, Georges Méliès (1902) - Persona, Ingmar Bergman (1966)
A partire dagli anni Cinquanta il cinema cercò di battere la concorrenza della nascente televisione, e questo formato iniziò a essere messo in discussione. Infatti, grazie all’utilizzo di un formato più largo combinato alla crescente introduzione della pellicola a colori si poteva godere di immagini più spettacolari.
Il primo standard che riuscì a imporsi davvero fu il CinemaScope della 20TH Century Fox. Questo sistema funzionava grazie all’uso di lenti anamorfiche che permettevano di comprimere le immagini in fase di ripresa e di riespanderle poi in fase di proiezione riuscendo ad ottenere un aspect ratio di 1:2,35.
APPROFONDIMENTO: “La magia dell’anamorfico”
Immagina di voler catturare un’immagine in formato CinemaScope su una pellicola 35mm. Se la ripresa avvenisse senza l’utilizzo di lenti anamorfiche l’immagine occuperebbe solo la fascia centrale del fotogramma (vedi immagine 1). Utilizzando una lente anamorfica, invece, l’immagine viene compressa
orizzontalmente (vedi immagine 2) e il paesaggio, che adesso occupa l’intero fotogramma, sfrutta a pieno tutta la superficie impressionabile della pellicola. In fase di proiezione, al contrario, si usa un’altra lente anamorfica che “raddrizza” l’immagine, riportandola al suo formato panoramico originale. Questo sistema permette di evitare di sprecare una parte significativa della pellicola: senza anamorfico si perderebbe circa un terzo della superficie utile, con una conseguente riduzione della qualità dell’immagine.

Immagine 1 - Immagine 2
Ritornando al tema
Il primo film girato in Cinemascope fu La tunica (The Rope, Henry Koster, 1953) a cui seguì Come sposare un milionario (How to marry a Millionaire, Jean Negulesco, 1953).

The Rope, Henry Koster (1953) - How to marry a Millionaire, Jean Negulesco (1953)
Il sistema CinemaScope non era però esente da difetti: le immagini in primo piano, come i volti, tendevano ad essere più larghi del dovuto, e la profondità di campo ridotta. L’inevitabile inclusione di un maggior numero di informazioni all’interno del quadro spinse il cinema hollywoodiano di quel periodo a estendere la durata delle inquadrature. Con questo formato, infatti, la durata media delle inquadrature è salita a circa 30 secondi, contro i 13 secondi dei film girati in precedenza in 4:3. L’avvento di questo formato determinò non poche conseguenze sul piano dell’estetica cinematografica, dando vita a inquadrature potenzialmente più ricche e composite, che potevano costringere lo spettatore a prestare attenzione a diversi punti focali presenti all’interno dell’immagine e a uno sfruttamento consapevole dei margini della stessa.
Il formato 1:2,35 è ancora lo standard attuale del cinema, ma i tempi sono cambiati e perché allora è tornato di moda il 4:3?
Ecco alcuni esempi di film recenti girati in 4:3.

The Artist, Michael Hazanvicius (2011) - The Grand Budapest Hotel, Wes Anderson (2014)

American Honey, Andrew Arnold (2016) - A Ghost Story, David Lowery (2017)

First Reformed, Paul Schrader (2017) - Mid90s, Jonah Hill (2018)

Le otto montagne, Felix Van Groeningen, Charlotte Vandermeersch (2022) - Saltburn, Emerald Fennell (2023)
Dietro questa scelta non c’è solamente un senso di nostalgia e di ritorno al passato, in generale il 4:3 restituisce un maggiore senso di intimità che permette allo spettatore di empatizzare meglio con i volti.
Ma sentiamo cosa dicono i professionisti del settore:
Andrew Arnold, regista di American Honey: "Il 4:3 è un'inquadratura davvero rispettosa… questo è quello che mi restituisce quando guardo qualcuno all'interno di un fotogramma in 4:3. I personaggi li rende molto importanti e lo sfondo non prevale su di loro… non sono piccoli all'interno di un qualcosa. Penso che il 4:3 gli dia veramente rispetto e importanza: è un fotogramma umano”.
Peter Decherney, regista: “Allo stesso modo, il 4:3 può introdurre dell’energia in un film dove non te lo aspetti. In un fotogramma più ristretto le entrate e le uscite nell’inquadratura sono molto dinamiche così come per le scene di discussione dove gli scontri avranno una risonanza maggiore rispetto a quelle in cui i personaggi sono disposti molto lontani nell’inquadratura. […] così come succede per molti oggetti d’estetica, il 4:3 può ottenere anche l’effetto opposto: da un lato il 4:3 può diventare molto intimo, dall’altro, per via della sua verticalità e perché si focalizza davvero sui personaggi, può farli sembrare molto più eroici e grandi di quello che sono nella realtà”.
Paul Schrader, regista, decise di girare First Reformed in 4:3 perché “quel formato sottrae una parte di immagine allo spettatore, rimuove i bordi del fotogramma e quando sottrai qualcosa alle persone queste cominciano a sentirsi a disagio. Da quella disomogeneità si può allora iniziare a tessere un’altra realtà”.
Felix Van Groeningen regista de Le otto montagne disse: “Il formato 4:3 era perfetto per la grammatica del film. Vediamo spesso i personaggi intrappolati nelle loro vite per cui era interessante vederli intrappolati anche nel fotogramma”.
Jonas Hill per Mid90s ha detto: “Quando riprendi i ragazzini, molto del loro untold (“non raccontato a parole”) è racchiuso nel loro linguaggio del corpo che mostra le difficoltà che provano. Un aspect ratio normale, essendo molto largo, raffigura un volto e gran parte dell’ambiente che lo circonda. Questo formato, invece, è un quadrato per cui davvero percepisci l’intero linguaggio del corpo del personaggio”.
Per concludere
All’inizio del nostro articolo abbiamo nominato Le vele scarlatte. Innanzitutto, una piccola precisazione: il formato di questo film non è un vero e proprio 4:3, ma diciamo essere un 4:3 un pochino più largo… Infatti, a differenza degli altri film sopra citati, in cui si racconta che la scelta del formato nasce in primis da ragionamenti estetici, in questo film, invece, il formato è una conseguenza della scelta del mezzo di ripresa ovvero la pellicola 16mm (da cui ha origine il formato 1:1,37 e non 1:1,33).
Sebbene la predilezione per la pellicola permetta di ottenere una particolare “pasta visiva” fatta di luci e colori che difficilmente è raggiungibile in digitale, anche il formato che ne deriva ha un suo peso. In questo film dove i personaggi e gli ambienti sono raffigurati come cartoline, fotografie o istantanee dell’epoca anche il formato acquisisce realmente la sua importanza. Questo formato, di fatto, permette di rappresentare una continuità tra le parti di documentario e quelle di fiction: le immagini di archivio e le scene di narrazione sono legate da un filo conduttore che unisce i due mondi “storia realmente accaduta” e “storia raccontata”.

